Emila Sirakova

Diamo líabbrivio in medias res, anzi a bomba, coronando codesto incipit con un titolo ahimË rifiutato da Emila Sirakova. Non míË ancora chiaro il motivo del gran rifiuto professato in fase di brain storming curatoriale, dal momento che a me invece Ë sembrato fin da subito piuttosto consono allíargomento trattato. E difatti, con atto díimperio da parte di chi scrive, Des femmes (pas) fatales resuscita ora come titolo complementare della prima personale di Emila Sirakova a Milano. Non che Paper Swan non mi garbasse, anzi ñ ducetto come sono, non avrei mancato di esternare i miei dubbi qualora tale opzione mi fosse parsa men che convincente. Ma a mio modesto parere Donne (non) fatali contiene in nuce sotto forma simbolica il retroterra concettuale della produzione artistica di questa giovane disegnatrice che, lettrice dei classici, ha dalla sua anche una formazione stricto sensu umanistica.

 

Líarte, diversamente dallíimpresa scientifica, prescinde dai fatti duri dellíesperienza ñ dalla ìlordura dellíesperienzaî, per dirla ‡ la Immanuel Kant ñ e gravita nellíorbita ermeneutica delle metodologia esegetica. Insomma, nellíuniverso delle arti visive abbiamo a che fare con interpretazioni, non fatti. Sar‡ un portato del pensiero debole, ma con tutto questo gran parlare di Baudrillard e compagnia brutta sfido chiunque a negare che ci si trovi quantomeno nella temperie del post-postmodernismo. Comunque, bando alle ciance, Ernst Cassirer ce líinsegna: líarte Ë una forma simbolica. E, proprio perchË essa puÚ richiamare ataviche associazioni simboliche, nel caso specifico della produzione di Emila Sirakova Paper Swan rievoca il potere mistagogico dellíinconscio e psicoterapeutico dellíarte. Quasi una salamandrica immaginazione alchemica. Del resto, Carl Gustav Jung non diceva forse che?:

 

Ogni uomo porta in sË líimmagine eterna della donna, non líimmagine di questa o quella donna in particolare, ma uníimmagine femminile ben definita. Tale immagine Ë fondamentalmente inconscia, fattore ereditario di origine primordiale,  scolpita nellíorganismo vivente dellíuomo,  un ìmarchioî oîarchetipoî di tutte le esperienze ancestrali della donna, per cosÏ dire il sedimento di tutte le impressioni prodotte dalla donna nel corso del tempo.

 

De facto, Emila Sirakova declina la proteiforme identit‡ femminile esaltandone il fascino primordiale racchiuso in un modello archetipo ricco di complessit‡ e sfaccettature, esulando tuttavia dallíiconografia tradizionale della femme fatale nella direzione di un tributo a quella moltitudine díanime che alberga in ogni donna ñ e in ogni uomo!, Áa va sans dire.

 

La sua produzione rappresenta quindi un tributo, non alla generalizzazione estrema e pia della donna, bensÏ alle donne individuate e singole che tale astrazione incarnano. Essenze carnali. O ´le donne che compongono la donnaª, per citar líeloqio perentorio dellíartista. Queste donne, raramente ritratte nella loro identit‡ circostanziata, sono immerse piuttosto in un mondo personale di pensieri e desideri che sotto certi rispetti evoca la figura muliebre della temperie Art Nouveau ñ e nello specifico, se vogliamo fare i fiscali, della Wiener Secession. Gustav Klimt, per esempio. I lavori di Emila Sirakova rinnovano ñ ma potenziandola con un personalissimo punto di vista, che diamine! ñ quella tensione fra astratto e figurativo che impronta  di sÈ lo stile di colui che fu tra i massimi esponenti dellíArt Nouveau. Anche nelle composizioni della Sirakova talune aree paiono quasi ìillusionisticheî, griglie visuali vedo-non vedo come nei drappi fluenti di Chi cerca líinfinito, non ha che da chiudere gli occhi e E aprirai a volte la finestra, cosÏ, per il piacere. Mentre altrove sopravviene una pi˘ pronunciata bidimensionalit‡, specie negli accenti posti a latere della carnalit‡ tissurale dellíimmagine –  si veda Il camminio naturale dellíanima. Il risultato Ë, come in Klimt, la rottura nel continuum della rappresentazione spaziale, attivata da dinamiche che occasionano vivaci sbilanciamenti fra regioni ìillusionisticheî del film segnico e accenti pi˘ determinati. Una compressione volumetrica sospesa a mezzíaria fra stilizzazione e naturalismo, dove le donne emergono come simboli ex-statici, scorporati dal concetto di donna, ma prive dellíallure sensuale e morbosa della femme fatale che caratterizza líimmagine femminile nellíArt Nouveau. Le donne di Emila Sirakova non sono nÈ la versione angelicata di un Dante Gabriel Rossetti, nÈ la femme fatal di Beardsely o Klimt. Rispetto alla caratteristica serpentinit‡ delle linee fin de siecle, la Sirakova predilige una struttura pi˘ ìclassicaî, precipitato segnico di quello che il gallerista Roberto Milani ha definito Rinascimento avanguardistico: líossimorica coordinazione del disegno ìclassicoî con la raffigurazione di un soggetto contemporaneo.

 

Ma díaltro canto, se, facendo qualche scorribanda col pensiero, trovassimo nellíestetica dei manifesti pubblicitari una delle fonti cui si abbevera líingegno di Emila Sirakova, non ci allontaneremmo affatto dal vero rispetto a quel comun sentire con certe sperimentazioni tipiche della temperie Art Nouveau: non sarebbe infatti peregrino riandare col pensiero a quellíAlphonse Mucha creatore di pannelli decorativi, cartelloni pubblicitari, manifesti teatrali, illustrazioni librarie et similia, che ogni bibliofolle ñ in special modo folle di libri illustrati di pregio ñ annovererebbe fra i gioielli della grafica editoriale e non solo.

 

Vedete? Con la Sirakova, anche coi libri e la scrittura, si va a parare. E, come per Aubrey Beardsley (altro predecessore che mi garba accostare alla disegnatrice, sebbene líillustre epigono avesse molto insistito con quelle serpentinit‡ lineari che inquadrerei nella categoria delle twisted structures), ritengo che anche Emila Sirakova pensi al disegno come a qualcosa di scritto su una superficie, pittorica o letteraria che sia. Il paragone calza per due motivi, uno estetico líaltro disinvoltamente ìesistenzialeî: si diceva infatti della formazione umanistica della Sirakova, che impronta di sË non soltanto gli esiti della sua produzione artistica ma anche la sfera sensibile del quotidiano (e poi la falange della mano destra della disegnatrice presenta il tipico callo del grafomane!). E possiamo affermare senza tema di smentite come tale portato artistico/letterario investa lo sviluppo materiale dellíopera nel suo insieme, che dal punto di vista dellíorganizzazione compositiva risente molto di una tendenza a comprimere lo spazio attraverso líazzeramento degli fondi e a realizzare un equilibrio simmetrico delle forme. Proprio qui sta il discrimine rispetto alle twisted structures di Beardsley e in generale alla sinuosit‡ dello stile Art Nouveau, che tuttavia ritorna nellíopera della disegnatrice per altre vie, nella fattispecie attraverso queste volumetrie fluttuanti fra ìillusionismoî e naturalismo.

 

E díaltro canto, per il nitore del segno non mi stupirei che il ìmetodoî di Emila Sirakova celasse altresÏ euritmie segrete con le stampe giapponesi. Anche a livello formale, per quanto attiene al tratto e al segno, il suo lavoro prescinde dal figurativo restando al contempo fedele a tale dimensione: si tratta, ancora una volta, di quella oscillazione fra ìillusionismoî e determinatezza che abbiamo affrontato pocíanzi. E in questo senso la parte del leone la fanno le macchie di colore sullo sfondo che, organico al disegno in sÈ, occasiona líeterno presente della sperimentazione in fieri – lo dico sempre: un artista deve sperimentare, sennÚ si consegna allíestinzione. Lo sfondo, nei disegni della Sirakova, si reifica attraverso la macchia facendosi materia che suggerisce, per assenza di ornamenti precisi, la messinscena dello sfondo stesso. Evocato in absentia, dunque.

 

Ma i disegni di Emila Sirakova incarnano anche un valore speculativo: sono pensieri disegnati, dialoghi col sÈ che richiamano il soliloquio del pensatore. Ludwig Wittgenstein consegnÚ alla parola scritta líespressione del ripiegamento interiore attivando un serrato dialogo con se stesso che garba pensare come illustre precedente esplicativo dellíopera di Emila Sirakova, dove il segno grafico, base imprescindibile del fare artistico, Ë il vettore díattivazione di una vera e propria meditatio vitae di spinoziana memoria (Homo liber nulla de re minus quam de morte cogitat: et eius sapientia, non mortis sed vitae, meditatio est ñ Spinoza, Ethica, IV, 67)2.

 

 

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